20 luglio 2017

L'UFFICIO PROCEDIMENTI DISCIPLINARI ALLA LUCE DELLE MODIFICHE AL TESTO UNICO PUBBLICO IMPIEGO. (08/06/2017)


Premessa


I nuovi commi 2 e 4 dell’art.  55 bis  del D.lgs n. 165/2001 - così come risultano  dal testo del decreto legislativo del 25/5/2017 N. 75  G.U. 7/6/2017 N. 130 prevedono che: “ Ciascuna amministrazione, secondo il proprio ordinamento e nell’ambito della propria organizzazione, individua l’ufficio per i procedimenti disciplinari competente per le infrazioni punibili con sanzione superiore al rimprovero verbale e ne attribuisce la titolarità e responsabilità”; “L’Ufficio competente per i procedimenti disciplinari, con immediatezza e comunque non oltre trenta giorni decorrenti dal ricevimento della predetta segnalazione, ovvero dal momento in cui abbia altrimenti avuto piena conoscenza dei fatti ritenuti di rilevanza disciplinare, provvede alla contestazione scritta dell’addebito e convoca l’interessato, con un preavviso di almeno venti giorni, per l’audizione in contraddittorio a sua difesa”.
E’ chiaro che l’UPD avrà un coinvolgimento sempre maggiore nei procedimenti disciplinari che si apriranno nelle Pubbliche Amministrazioni.
E’ quindi importante, al fine di non vedersi impugnare gli atti sanzionatori, avere bene in mente come dovrà essere formato detto “Ufficio” e come dovrà funzionare.
Come possiamo ottenere  queste certezze?
Sul punto, in questi anni, si è formato un indirizzo giurisprudenziale, che ci consente di trovare le  risposte ai problemi che possono sorgere durante l’attivazione dell’UPD.
In questo lavoro si procederà con il porre dei quesiti e con il dare delle  risposte che si ricavano da alcune decisioni della Suprema Corte ritrovate sul punto.
Prima di richiamare la giurisprudenza,  giova preliminarmente ricordare che le Amministrazioni dovranno  rivedere il Regolamento comunale inerente l’applicazione delle sanzioni disciplinari e definire ogni singola questione. A questo, mette poi conto sottolineare che il comma 3 del citato art. 55 bis, prevede che: “ Le amministrazioni, previa convenzione, possono prevedere la gestione unificata delle funzioni dell’ufficio competente per i procedimenti disciplinari, senza maggiori oneri per la finanza pubblica.”


Quesiti


L’Ufficio Procedimenti Disciplinari deve necessariamente essere formato da più persone?
Innanzitutto, va chiarito che le amministrazioni pubbliche devono istituire l’ufficio per i procedimenti disciplinari ma che non sono richieste né specifiche formalità né che tale ufficio debba necessariamente essere costituito in modo collegiale. Pur essendo definito dal legislatore “Ufficio” lo stesso  può essere  costituito da un solo componente. 
Inoltre, le attività istruttorie possono essere svolte dal personale assegnato a detto ufficio per lo svolgimento delle relative  attività di supporto.
"Il primo motivo è infondato in tutte le sue articolazioni.
Il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, comma 4, nel testo modificato dal D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150, stabilisce che: "Ciascuna amministrazione, secondo il proprio ordinamento, individua l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari ai sensi del comma 1, secondo periodo. Il predetto ufficio contesta l'addebito al dipendente, lo convoca per il contraddittorio a sua difesa, istruisce e conclude il procedimento...".
Questa Corte ha già interpretato la disposizione che qui viene in rilievo evidenziando, in recente decisione (Cass. 4.11.2016 n. 22487), che il legislatore, nel richiedere la previa individuazione dell'ufficio dei procedimenti disciplinari, non ha imposto modifiche strutturali finalizzate alla "istituzione" dell'ufficio stesso, nè ha richiesto che la individuazione debba avvenire con apposito provvedimento e mediante formule sacramentali.
Il principio deve essere qui ribadito, perchè rispettoso della ratio e della lettera della legge, che persegue unicamente l'obiettivo di garantire, per le sanzioni più gravi, che tutte le fasi del procedimento vengano condotte da un soggetto terzo rispetto al lavoratore ed al capo struttura.
Il legislatore non ha ritenuto di dovere imporre ulteriori vincoli alle amministrazioni ed anzi, attraverso il richiamo all'ordinamento proprio di ciascuna, ha inteso sottolineare la necessità di procedere alla individuazione, coniugando il rispetto della finalità sopra indicata con le esigenze organizzative di ciascun ente.
Non a caso non sono state dettate prescrizioni in merito alla composizione collegiale o personale dell'ufficio nè sono stati imposti requisiti per i soggetti chiamati a comporre l'ufficio medesimo (sul punto si rimanda alle pronunce richiamate dalla citata Cass. n. 22487 del 2016).
L’interpretazione della norma fatta propria dal giudice del reclamo è, quindi, conforme alla giurisprudenza di questa Corte, alla luce della quale devono ritenersi infondati tutti gli argomenti sui quali il ricorrente ha fatto leva per sostenere che le funzioni proprie dell'ufficio dei procedimenti disciplinari non potevano essere assegnate al Direttore Regionale dell'Agenzia.
Il legislatore, come già detto, non ha limitato in alcun modo la potestà organizzativa di ciascun ente, sicchè risulta privo di fondamento normativo l'assunto del …., secondo il quale l'ufficio, oltre a dover essere necessariamente composto da più soggetti, non dovrebbe avere alcun'altra competenza se non quella relativa alla conduzione del procedimento disciplinare.
Nè si può sostenere che, una volta esclusa la composizione plurisoggettiva dell'ufficio, il soggetto titolare del procedimento disciplinare dovrebbe condurre personalmente tutte le fasi e, quindi, procedere direttamente agli atti istruttori necessari.
Il ricorrente, infatti, non considera che l'ufficio, sebbene non collegiale, ha una propria struttura amministrativa della quale può legittimamente avvalersi, sicchè nulla impedisce che i singoli atti vengano materialmente compiuti da dipendenti assegnati all'ufficio stesso, purchè il soggetto titolare del potere faccia poi propri i risultati della attività svolta dagli ausiliari, provvedendo alla contestazione dell'addebito, all'esame dell'istruttoria compiuta, alla irrogazione della sanzione.
E' poi da escludere che il potere gerarchico attribuito al Direttore nei confronti di tutti i dipendenti dell'Agenzia Regionale sia ostativo alla attribuzione allo stesso Direttore delle competenze proprie dell'ufficio dei procedimenti disciplinari.
In merito va, infatti, precisato che il principio di terzietà, sul quale riposa la necessaria previa individuazione dell'ufficio dei procedimenti, postula solo la distinzione sul piano organizzativo fra detto ufficio e la struttura nella quale opera il dipendente, sicchè lo stesso non va confuso con la imparzialità dell'organo giudicante, che solo un soggetto terzo rispetto al lavoratore ed alla amministrazione potrebbe assicurare.
Il giudizio disciplinare, infatti, sebbene connotato da plurime garanzie poste a difesa del dipendente, è comunque condotto dal datore di lavoro, ossia da una delle parti del rapporto che, in quanto tale, non può certo essere imparziale, nel senso di essere assolutamente estraneo alle due tesi che si pongono a confronto. La singola amministrazione, pertanto, può individuare l'ufficio dei procedimenti anche in un organo dotato di altri poteri, che, nella scala gerarchica dell'ente, lo rendono sovraordinato rispetto ai dipendenti nei confronti dei quali viene esercitato il potere disciplinare, purchè venga garantita la distinzione, che è l'unica imposta dal legislatore, fra l'ufficio dei procedimenti e la struttura, intesa come singolo ufficio o unità operativa, nella quale l'incolpato opera.
Sulla base delle considerazioni che precedono va data continuità all'orientamento già espresso da questa Corte che, con la sentenza n. 4175 del 2 marzo 2015, sottolineata la "più ampia autonomia delle singole amministrazioni nell'individuazione dell'ufficio competente per i procedimenti disciplinari", ha ritenuto legittima la assegnazione al Direttore Regionale della titolarità del predetto ufficio, sulla base della disciplina regolamentare vigente presso le Agenzie delle Entrate". (cfr Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 02-03-2017, n. 5317)
La mancata comunicazione all’interessato della trasmissione  degli atti all’U.D.P., comporta la nullità del procedimento? (1)
"Non sussiste la denunciata violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55 bis, perchè la norma, nella parte in cui prevede che "il responsabile della struttura, se non ha qualifica dirigenziale ovvero se la sanzione da applicare è più grave di quelle di cui al comma 1, primo periodo, trasmette gli atti, entro cinque giorni dalla notizia del fatto, all'ufficio individuato ai sensi del comma 4, dandone contestuale comunicazione all'interessato", non individua in detta segnalazione un requisito di validità del procedimento, nè fa divieto all'ufficio competente di avviare l'iniziativa disciplinare allorquando la notizia sia stata acquisita in altro modo.
In realtà il legislatore ha solo voluto rimarcare un compito istituzionale che fa capo al dirigente il quale, in ragione della posizione organizzativa e funzionale ricoperta, è di norma il soggetto che può acquisire la conoscenza dei fatti di potenziale rilievo disciplinare (in tal senso Cass. 21.9.2016 n. 18517), fermo restando che l'UPD deve attivare il procedimento, obbligatorio nel pubblico impiego contrattualizzato, anche qualora altri procedano alla segnalazione e può acquisire autonomamente la notizia, come avvenuto nella fattispecie.
La giurisprudenza di questa Corte è, poi, consolidata nell'affermare che "in tema di illeciti disciplinari di maggiore gravità imputabili al pubblico dipendente, la comunicazione all'interessato della trasmissione degli atti da parte del responsabile della struttura all'UPD, prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, comma 3, ha una funzione meramente informativa, sicchè gli effetti dell'eventuale omissione di tale adempimento non si riverberano sul procedimento disciplinare e sul suo svolgimento, che prosegue regolarmente" (Cass. 7.11.2016 n. 22550; negli stessi termini Cass. 10.8.2016 n. 16900 e, quanto alla natura sollecitatoria del termine di cinque giorni, Cass. 28.9.2016 n. 19183)". (cfr Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 02-03-2017, n. 5317)
Qualora l’ufficio rivesta la forma della colleggiabilità, ogni  atto deve essere compiuto con la presenza di tutti i componenti? 
"L'art. 55-bis, comma 4°, d.lgs. n. 165/2001 si limita a stabilire che ciascuna amministrazione, secondo il proprio ordinamento, individui l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari ai sensi del comma 1, secondo periodo. Il predetto ufficio contesta l'addebito al dipendente, lo convoca per il contraddittorio a sua difesa, istruisce e conclude il procedimento secondo quanto previsto nel comma 2.
Sia le parti che la gravata pronuncia danno per pacifico che l'Ufficio per i procedimenti disciplinari costituito presso l'amministrazione ricorrente ha una composizione collegiale di tre membri e che soltanto l'audizione dell'odierno controricorrente è avvenuta da parte di due soli componenti dell'Ufficio medesimo, mentre l'atto terminale del procedimento (vale a dire l'irrogazione della sanzione espulsiva) è stata adottata dal collegio composto nella sua interezza.
Ritiene la gravata pronuncia trattarsi di collegio perfetto perché il provvedimento n. 27 del 25 gennaio 2011 dell'Ufficio scolastico regionale per la Lombardia, nel riorganizzare l'Ufficio competente per i procedimenti disciplinari, aveva previsto che esso operasse "nella composizione sotto indicata" (seguivano i nomi dei tre componenti); pertanto - sempre secondo la Corte territoriale - visto il tenore letterale del citato provvedimento, l'incompletezza del collegio anche soltanto in sede di audizione del lavoratore incolpato, menomandone le possibilità di difesa, importerebbe nullità dell'atto terminale (vale a dire del licenziamento disciplinare per cui è causa).
L'assunto non può condividersi, a tal fine apparendo neutro il dato letterale del citato provvedimento n. 27 del 25 gennaio 2011 dell'Ufficio scolastico regionale per la Lombardia valorizzato dalla gravata pronuncia.
Infatti, stabilire che l'ufficio "opererà nella composizione sotto indicata" non vuol dire che esso debba necessariamente farlo, ma solo che la sua composizione è normalmente collegiale e che i nominativi dei suoi componenti sono specificamente individuati, il che lascia impregiudicata la questione del suo carattere perfetto o imperfetto.
Uno dei criteri più sicuri per individuare il carattere perfetto d'un collegio operante presso una pubblica amministrazione è dato dalla previsione di componenti supplenti accanto a quelli effettivi, essendo lo scopo della supplenza quello di garantire la continuità e la tempestività di funzionamento del collegio medesimo, senza che il suo agire sia impedito o ritardato dall'impedimento di taluno dei suoi componenti.
Significativa in proposito è la costanza della giurisprudenza amministrativa (cfr. C.d.S. n. 324/2006; C.d.S. n. 543/2006; C.d.S. n. 5359/2005).
Altro criterio identificativo d'un collegio perfetto si ricava dal riflettere la sua composizione professionalità complementari tra loro, sicché ogni componente è infungibile rispetto agli altri (cfr. C.d.S. n. 524/2007; C.d.S. n. 400/2007; C.d.S. n. 543/2006; C.d.S. n. 5139/2002).
Nulla di tutto ciò emerge dalla sentenza impugnata.
Neppure qualificare l'Ufficio de quo come collegio perfetto gioverebbe all'odierno controricorrente.
Infatti, il principio del collegio perfetto - e, dunque, della necessaria presenza di tutti i membri della commissione - concerne solo le attività valutative e deliberative vere e proprie (rispetto alle quali sussiste l'esigenza che tutti i suoi componenti offrano il proprio contributo ai fini di una corretta formazione della volontà collegiale) e non anche quelle preparatorie, istruttorie o strumentali, verificabili a posteriori dall'intero consesso (cfr., nella giurisprudenza amministrativa, C.d.S. n. 5187/2015; C.d.S. n. 40/2015).
E nel caso in esame è indubbio che l'audizione dell'incolpato è attività istruttoria che ben può essere, poi, oggetto di verifica a posteriori da parte del plenum del collegio, non applicandosi nella specie un principio analogo a quello previsto - in differente contesto - dall'art. 525, comma 2°, c.p.p. (che, per altro, va inteso con le precisazioni che ne circoscrivono i limiti anche all'interno del processo penale: cfr. Cass. pen. n. 19074/2011).
Non diversa è la giurisprudenza (di questa Corte Suprema) là dove statuisce che anche un organo collegiale composto da tre persone, una volta che sia stato regolarmente costituito, può legittimamente deliberare purché il numero dei componenti non scenda al di sotto del quorum, con la conseguenza che esso può funzionare anche con la sola presenza di due, sempre che la legge che ne disciplina il funzionamento non preveda diversamente (conf. Cass. n. 15129/2004; Cass. n. 12107/2004).
Infine, se è vero che il funzionamento d'un organo collegiale deve necessariamente essere pluripersonale, non potendosi trasformare in organo monocratico in quanto la monocraticità elude le ragioni stesse di efficienza amministrativa e imparzialità che hanno suggerito la composizione collegiale (cfr., in motivazione, Cass. n. 24157/2015), nondimeno nel caso in oggetto il carattere pluripersonale dell'ufficio competente per i procedimenti disciplinari è stato rispettato (all'audizione del lavoratore incolpato erano presenti due dei tre componenti l'ufficio).
Né vi è stata violazione alcuna del diritto di difesa dell'odierno controricorrente, che si riferisce alle possibilità di esplicitare ogni ragione a discolpa e di provare l'infondatezza dell'addebito disponendo di termini adeguati per farlo (non è questa la censura accolta dalla Corte territoriale) e, quindi, non presenta connessione alcuna con il numero di persone che in concreto ascoltino e verbalizzino le giustificazioni offerte.
Cosa diversa è, invece, la necessità o meno che l'atto terminale del procedimento venga adottato dall'ufficio nella sua completa composizione, ma è questione che non viene in rilievo nella presente sede, pacifico essendo che il licenziamento è stato deliberato dall'ufficio composto da tutti e tre i suoi membri.
In conclusione, il ricorso è da accogliersi, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio, anche per le spese, alla Corte d'appello di Milano in diversa composizione, che dovrà attenersi ai seguenti principi:
a) tranne che in caso di organi giurisdizionali un collegio deve intendersi come perfetto solo quando la legge, esplicitamente o implicitamente, lo disponga;
b) in un collegio perfetto la presenza di tutti i suoi componenti è necessaria soltanto per le attività decisorie e non anche per quelle preparatorie, istruttorie o strumentali verificabili a posteriori dall'intero consesso;
c) in nessun caso un collegio può operare in composizione monopersonale.
Sempre il giudice di rinvio dovrà verificare nel merito la fondatezza o meno degli addebiti disciplinari mossi all'odierno controricorrente e, in caso di esito affermativo, accertare se risulti ad essi proporzionata la sanzione espulsiva". (cfr.Corte di cassazione.Sezione IV civile (lavoro). Sentenza 26 aprile 2016, n. 8245)
Qualora l’U.D.P. sia costituito in modo colleggiale,  ogni decisione deve essere assunta  con la presenza di tutti i componenti?
"Con il primo motivo il ricorso lamenta violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55, comma 4, per avere la sentenza impugnata ritenuto che l'ufficio per i procedimenti disciplinari, istituito conformemente alla regolamentazione interna dell'ente interessato, sia un collegio perfetto - cosa che il ricorso contesta, ritenendolo collegio imperfetto - e per aver ravvisato la nullità del provvedimento disciplinare per mancanza di rispetto della collegialità nonostante che il cit. comma 4 ricolleghi la decadenza dal potere disciplinare dell'ente alla sola violazione dei termini del procedimento".
" Il primo motivo è infondato, sia pure correggendosi ex art. 384 c.p.c., u.c. nei sensi che seguono la motivazione sul punto adottata dalla Corte territoriale.
In virtù del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55 bis, comma 4 ciascuna amministrazione, secondo il proprio ordinamento, individua l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari ai sensi del comma 1, secondo periodo. Il predetto ufficio contesta l'addebito al dipendente, lo convoca per il contraddittorio a sua difesa, istruisce e conclude il procedimento secondo quanto previsto nel comma 2.
Si tratta di norma imperativa. Come tale è espressamente definita dal precedente art. 55, comma 1.
Sia le parti che la gravata pronuncia danno per pacifico che l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari del Consorzio ricorrente ha una composizione collegiale, di tre membri.
La Corte territoriale da atto - neppure ciò è controverso - che tutto il procedimento disciplinare nei confronti dell'odierno controricorrente è stato avviato, istruito e concluso (con la relazione finale indirizzata al Commissario straordinario) da un solo componente dell'ufficio per i procedimenti disciplinari, vale a dire dalla dott.ssa S..
Sostiene parte ricorrente che - contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito - in ciò non deve ravvisarsi alcuna violazione di legge, trattandosi di un collegio imperfetto.
Ora, anche a voler in ipotesi concedere che tale collegio non sia perfetto e che, quindi, non necessariamente debba operare con la contemporanea partecipazione di tutti i suoi componenti, deve osservarsi che, ad ogni modo, in nessun caso un collegio imperfetto può ridursi ad operare attraverso uno solo dei propri membri, di fatto venendosi ad equiparare ad un organo monocratico, in violazione dell'ordinamento interno del Consorzio ricorrente che prevede pur sempre un organo collegiale per i procedimenti disciplinari.
In proposito si deve condividere la giurisprudenza del Consiglio di Stato (cfr. dec. n. 140 del 16.3.76), secondo cui un organo collegiale deve necessariamente essere pluripersonale e non può mutarsi in organo monocratico, in quanto la monocraticità disattende in radice le ragioni di efficienza amministrativa che hanno suggerito la collegialità". (cfr.Corte di cassazione.Sezione IV civile (lavoro). Sentenza 26 novembre 2015, n. 24157)
Qualora il dipendente si rifiuti di ritirare le raccomandate contenenti la contestazione delle infrazioni, il procedimento deve essere sospeso?
"Con il primo motivo, il …. denunzia violazione e falsa applicazione dell'art. 1335 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3, rilevando che la Corte del merito ha erroneamente applicato i criteri di cui all'indicata norma codicistica, atteso che il mittente ha l'onere di utilizzare quelle modalità della dichiarazione recettizia che risultino idonee a realizzare gli effetti che la stessa è destinata a produrre, scegliendo il luogo più idoneo per la ricezione, che, in base ad un collegamento ordinario o di normale frequenza o per preventiva comunicazione dell'interessato o pattuizione, risulti in concreto nella sfera di dominio o controllo del destinatario. In un momento successivo alla risoluzione del contratto a termine poi impugnato, il …. aveva indicato alla società quale proprio indirizzo di residenza quello di (OMISSIS), e, con lettera del 29.5.2003 avente ad oggetto la richiesta di convocazione per il T.O.C., aveva eletto domicilio presso l'avv. Rizzo. Al momento della disposizione della riammissione la società era, quindi, in possesso di tutti i recapiti e non rispondeva a realtà che esso ricorrente non avesse comunicato variazioni dell'indirizzo originario. La società - osserva il ricorrente - nonostante la conoscenza della giacenza della corrispondenza inviata all'indirizzo di via (OMISSIS), ha reiterato le comunicazioni proprio presso tale domicilio ove non era stato curato il ritiro, senza contattare il … presso uno dei recapiti alternativi. Sostiene, pertanto, violazione ed erronea applicazione dei criteri presuntivi dell'art. 1335 c.c..
Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta violazione o falsa applicazione dell'art. 2729 c.c., comma 1, ex art. 360 c.p.c., n. 3, osservando che la successione cronologica dei fatti, relativi alla mancata esecuzione del provvedimento da parte del … su sollecitazione della società Poste Italiane, alla comunicazione del provvedimento disciplinare ed alle comunicazioni inviate dal lavoratore al domicilio eletto del difensore anche con notifica del titolo esecutivo, avrebbe dovuto indurre la Corte a soffermarsi sul grado di certezza e sulla gravità degli elementi portati a prova contraria dal ...
Con il terzo motivo, si duole della violazione e falsa applicazione dell'art. 1375 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3, evidenziando che le regole di correttezza e buona fede che devono presiedere all'esecuzione del contratto mirano alla concreta realizzazione delle rispettive posizioni di diritti ed obblighi e richiama documentazione allegata al fascicolo di primo grado nella quale esso ricorrente aveva chiesto l'invio del contratto di lavoro indicando quale residenza quella di (OMISSIS), cui doveva ritenersi pervenuto il contratto, in possesso del ricorrente, nonchè lettera raccomandata del 29.5.2003 per il tentativo obbligatorio di conciliazione, con elezione di domicilio presso l'avv. Rizzo.
Sostiene, pertanto, che la società al momento della comunicazione della riammissione in servizio era in possesso di tutti i recapiti e rileva che la stessa, sia prima che dopo il licenziamento, aveva sempre notificato le proprie comunicazioni presso lo studio legale, laddove per la comunicazione della riammissione in servizio aveva agito in dispregio dei doveri strumentali al soddisfacimento dei diritti delle parti contraenti, a prescindere da ogni problema di gerarchia degli indirizzi maggiormente efficaci ai fini delle comunicazioni, utilizzando un sistema in sè lecito, per realizzare un fine vietato da norma imperativa e cioè l'elusione delle tutele di cui all'art. 7 dello Statuto dei Lavoratori.
Insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ex art. 360 c.p.c., n. 5, viene lamentata con il quarto motivo, assumendo il ricorrente che, da una parte nella pronunzia si premette che la domanda è volta ad ottenere la reintegrazione ed il pagamento delle retribuzioni fino alla stessa e, dall'altra, si ritiene l'irrilevanza dell'accertamento della violazione degli obblighi di correttezza e buona fede, avendo tale violazione mere conseguenze risarcitorie, non in discussione nella controversia, laddove la violazione degli indicati obblighi di correttezza e buona fede ha avuto influenza sulla stessa legittimità del licenziamento".
"Con i primi tre motivi, con i quali si denunzia la violazione di diverse norme codicistiche sul rilievo della mancata considerazione di elementi fattuali, relativi alla conoscenza di ulteriori recapiti alternativi o sull'invio di atti precedenti e successivi a quello dell'invito conseguente alla riammissione in servizio, prospettandosi la possibilità che la società facesse riferimento ad essi per rendere possibile la conoscenza della raccomandata, in realtà vengono delineati percorsi valutativi diversi da quelli seguiti dal giudice del gravame senza evidenziare la decisività degli elementi indicati e senza indicare come tali rilievi fossero già stati avanzati nella fase del merito. Peraltro, è principio già affermato in sede di legittimità, sebbene in tema di comunicazione del recesso ma validamente applicabile anche nella specie, quello secondo cui, qualora la comunicazione del provvedimento di licenziamento venga effettuata al dipendente mediante lettera raccomandata spedita al suo domicilio, essa, a norma dell'art. 1335 c.c., si presume conosciuta dal momento in cui giunge al domicilio del destinatario, ovvero, nel caso in cui la lettera raccomandata non sia stata consegnata per assenza del destinatario e di altra persona abilitata a riceverla, dal momento del rilascio del relativo avviso di giacenza presso l'ufficio postale (v. Cass. 15.12.2009 n. 26241, Cass., 24.4.2003 n. 6527).
 Nella specie, risulta che la comunicazione presso l'indirizzo di Via (OMISSIS) è stata restituita al mittente per compiuta giacenza il 25.8.2005 ed anche l'ulteriore missiva di contestazione degli addebiti era restituita al mittente il 23.10.2005 sempre per compiuta giacenza, sì che la valutazione del giudice di merito circa la sufficienza di tale attestazione, anche in considerazione della mancanza di contrari elementi di prova forniti dalla controparte, si rivela del tutto corretta e si sottrae perciò alle censure della ricorrente. La operatività del principio di presunzione di conoscenza dell'atto all'indirizzo del destinatario si realizza quando il plico sia effettivamente pervenuto a destinazione, per il solo fatto oggettivo dell'arrivo della dichiarazione nel luogo di destinazione, ma non quando l'agente postale, ancorchè errando, l'abbia rispedito al mittente, dichiarando essere il destinatario sconosciuto (v. Cass. 8.6.2012 n. 9303 ed anche Cass. 26.4.1999, n. 4140). D'altra parte, ai fini dell'applicazione dell'ari 1335 cod. civ., è sufficiente osservare che tale disposizione consente di superare la presunzione di conoscenza ivi prevista soltanto mediante la prova, da parte del destinatario, di essere stato, senza colpa, nell'impossibilità di avere avuto notizia dell'atto. Il ricorrente - che non contesta che la notificazione sia stata eseguita al proprio indirizzo - assume che tale prova era in atti, risultando dall'esito di compiuta giacenza della raccomandata che dava atto delle formalità compiute dall'ufficiale giudiziario. L'argomento non è convincente, atteso che la prova richiesta dalla legge, per poter vincere la presunzione legale, deve necessariamente avere ad oggetto un fatto o una situazione che spezza o interrompe in modo duraturo il collegamento esistente tra il destinatario ed il luogo di destinazione della comunicazione e deve, altresì, dimostrare che tale situazione è incolpevole, non poteva cioè essere superata dall'interessato con l'uso dell'ordinaria diligenza (cfr. Cass. 6.11.2011 n.20482). Nel caso di specie, invece, il ricorrente non fornisce nè allega alcun fatto diretto a dimostrare di non aver potuto avere conoscenza effettiva dell'atto, nè che tale mancanza era ascrivibile ad un comportamento incolpevole, cercando di imputare al mittente una colpevole utilizzazione di un indirizzo che, in base a regole di correttezza e buona fede, desunte da un ricostruzione dei fatti del tutto personale, doveva ritenersi da parte della società da utilizzare successivamente agli altri indicati, tra cui il domicilio eletto presso il difensore, che, peraltro, concerne le comunicazione relative al giudizio e non quelle successive allo stesso destinate al lavoratore.
Anche il quarto motivo è infondato, atteso che il riferimento alle conseguenze della violazione degli obblighi di correttezza e buona fede è solo residualmente rilevante, una volta precisato che non esiste alcun obbligo di reiterazione della comunicazioni che siano già giuridicamente compiute alla stregua della norma civilistica e del regolamento postale, e posto quanto sopra evidenziato con riferimento alla compiuta giacenza, una volta pervenuto l'atto all'indirizzo del destinatario". (cfr., Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 18-11-2013, n. 25824). Fonte:www.ilpersonale.it
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(1) Il nuovo comma 4 dell’articolo non prevede più la contestuale comunicazione all’interessato. Invero, oggi la norma prevede che: “Fermo restando quanto previsto dall’articolo 55-quater, commi 3-bis e 3-ter, per le infrazioni per le quali è prevista l'irrogazione di sanzioni superiori al rimprovero verbale, il responsabile della struttura presso cui presta servizio il dipendente, segnala immediatamente, e comunque entro dieci giorni, all’ufficio competente per i procedimenti disciplinari i fatti ritenuti di rilevanza disciplinare di cui abbia avuto conoscenza”.  Si è ritenuto comunque di riportare il quesito, vista l’importanza della questione